Cappadocia in lungo e in largo (non in alto)

Levataccia mattutina (alle 4.30) per prendere il minivan prenotato con Booking (efficienti) lasciare Istanbul (qui trovi il nostro resoconto di tre intensi giorni) per prendere il volo interno compagnia A-lines che con soli 40€ a persona (acquistato su Trip.com) ci porta, armi e bagagli, da Istanbul Sabina Gokcen all’aeroporto di Nevsehir in Cappadocia. Qui per muoverci, visto che Fabio ha rifiutato la proposta di prendere un comodo ed economico Flixbus notturno (avremmo risparmiato anche una notte in hotel) per arrivare a Pamukkale, abbiamo noleggiato un’auto e ci hanno consegnato una Fiat Egea, messa maluccio (ma cara assatanata perchè la restituzione sarà all’aeroporto di Smirne). Prenotazione fatta su Booking con una compagnia AddCar piuttosto approssimativa nella riconsegna ma pare che in Turchia tante cose siano così, stretta di mano e insciallà.

Accanto a Fra in aereo è seduta una giovane ragazza turca interamente rifatta (labbra sporgenti, nasino all’insù e anche bionda tinta). Magari prima era anche carina, ma così è uguale a tante ragazze turche che abbiamo visto in giro (nonchè a una ragazza italiana che è andata in Turchia per rifarsi, pare che sia molto più economico che in Italia). Col self-checkin all’imbarco e la pronta consegna dei bagagli in un tendone che funge da terminal :-), piuttosto velocemente saliamo in auto per dirigerci verso Goreme, dove ho prenotato per due notti.

Martedì 24 settembre – Da Istanbul a Goreme (Cappadocia)

Dopo un’oretta di viaggio in un paesaggio brullo e quasi disabitato con qualche tendopoli ogni tanto, raggiungiamo il nostro hotel, Rocca Stone House, di Goreme, molto carino e gestito da dei ragazzi giovani intraprendenti e propositivi che ci hanno proposto il giro in mongolfiera (io avrei voluto farlo ma Fabio non si fidava e Fra non voleva svegliarsi di nuovo all’alba… mi toccherà tornare in Cappadocia per il giro in mongolfiera…).

Andiamo a mangiare al Burger King, facciamo un giretto in centro (i voli i mongolfiera, che acquistati in anticipo venivano proposti a 250/300€ si trovano anche a 100€ e sono mooolto tentata di prenotarne uno…). Poi ci dirigiamo verso il museo a cielo aperto di Goreme, parco nazionale protetto dall’UNESCO (biglietto 20€) caratterizzato dal famoso paesaggio roccioso, eroso dall’acqua e dal vento con una rete vasta 100 km2 di antichi insediamenti sotterranei interconnessi, che fungevano da abitazioni, pietre rupestri affrescate (e ben conservate) e piccionaie (la raccolta del guamo era la principale attività in Cappadocia prima dell’esplosione turistica).

Dopo aver visitato il parco, piuttosto stravolti per il caldo (consiglio: prendete un hotel con piscina perchè in Cappadocia ve la godete!) andiamo nel villaggio di Uchisar con la roccia a forma di castello, punto più alto della Cappadocia da cui partono la maggior parte delle mongolfiere e con un camminamento di 2 km che porta in un paio d’ore a Goreme. Ci fermiamo in un baretto a bere qualcosa prima di tornare in hotel. Per cena decidiamo di andare a Urgup, l’unico vero centro abitato della Cappadocia dove però l’offerta gastronomica non è granchè (però i negozietti di artigianato sono validi ed economici). In questo modo abbiamo già visitato i tre principali centri della Cappadocia, tutti a distanza di pochi chilometri l’uno dall’altro.

Un affresco di una chiesa rupestre del museo a cielo aperto di Goreme – Cappadocia

Mercoledì 25 settembre – tour della Cappadocia

La mattina ci svegliamo all’alba per vedere le mongolfiere (il tempo era perfetto: soleggiato e poco ventoso) dalla terrazza del nostro hotel prima di partire per un tour guidato, prenotato con la stessa agenzia di Istanbul, che prevede parecchie tappe da raggiungere in bus. La prima è il villaggio di Cavusin dove la guida ci spiega che, quando la Cappadocia è diventata patrimonio UNESCO, il governo ha sfollato chi viveva nelle magnifiche formazioni rocciose (o le utilizzava come magazzino, deposito, ecc.) e ha lasciato scegliere se ottenere una casa dallo stato cedendo le abitazioni nelle rocce oppure tenerle, se avessero pensato in prima persona a costruirsi una casa. Gli abitanti di Cavusin hanno mantenuto, pertanto, la proprietà delle vecchie abitazioni nelle rocce che, via via, sono acquisite da gruppi alberghieri che le trasformano in ‘cave hotel’. Anche il paesaggio è cambiato a causa del turismo (basti vedere la Medea di Pasolini con Maria Callas ambientata in Cappadocia con vigneti sullo sfondo). Siccome le mongolfiere si sa da dove partono ma non si sa dove atterrano, chi sfrutta il business turistico (e poco sostenibile, oltre che piuttosto assurdo, nato per emulazione dei soliti maledetti influencer) paga i proprietari dei vigneti il doppio di quanto guadagnerebbero continuando la coltivazione.

Ci rechiamo poi ai Camini delle Fate a Paşabağı (i biglietti di tutti i siti che visiteremo oggi è di 18€ a persona) chiamati così dai primi visitatori francesi che vedevano il fumo uscire dal cucuzzolo di queste formazioni che erano abitate (cucinando e/o scaldandosi il fumo poi usciva dall’alto). Ma chi abitava, secondo loro, queste strane formazioni rocciose? Le fate. Ecco il romantico nome assegnato a queste formazioni naturali che vedono nella parte superiore pesanti e resistenti rocce che poggiano sul più friabile tufo eroso dalla pioggia e dal vento nel corso dei millenni. Pertanto tali formazioni sono destinate a scomparire ma, nella parte superiore, altre se ne stanno formando (dove però non sarà possibile abitare o creare luoghi di culto).

 

Ci spostiamo alla città di Zelve, un’estesa città costruita nella roccia, che è stata abbandonata nel 1952 per la presenza di continue frane, adesso diventata museo a cielo aperto. La visitiamo salendo e scendendo nelle tre aree da cui è composta: quella delle normali abitazioni, quella sacra con monasteri e celle e, infine, quella commerciale con cantina, macina, ecc. La stanchezza inizia a farsi sentire ma, prima del pranzo, visitiamo una delle numerose città sotterranee presenti in Turchia, Özkonak, con i suoi stretti cunicoli, i labirinti fatti apposta per ingannare il nemico e le pietre circolari che chiudono le aperture, dando il tempo di scendere ancora un piano (sono visitabili ben 4 livelli scavati nella roccia vulcanica e nel granito, ma pare che scenda fino a 9). Essendo dotati di sistemi di ventilazione e cisterne per la raccolta di acqua, si poteva vivere sottoterra per mesi, senza risentirne. senza carenza d’aria. Scoperta casualmente perchè un contadino aveva perso una pecora … mai più risalita, ha fatto scoprire queste città sotterranee costruite per proteggersi da invasioni, guerre e persecuzioni.

Per pranzo ci fermiamo a mangiare in una sorta di agriturismo aperto solo per noi dove alcune signore hanno preparato a mano i famosi ‘manti‘ (una pasta fresca a metà tra gnocchi e ravioli) preceduta dalle mezze e seguita dalla baklava (io ho preferito la melanzana ripiena ai manti). Un’esperienza davvero autentica!

Ci mancano ancora due tappe per terminare il tour: una passeggiata lungo il fiume ad Avanos, cittadina del nord della Cappadocia famosa per la manifattura con argilla rossa (il fondo del fiume è di questo materiale) tra cui le anfore in cui si prepara il testi kebab (che degusteremo la sera). Si tratta di una tranquilla località di vacanza dei turchi stessi. Sulla via del ritorno verso Goreme, ci fermiamo al punto panoramico della Valle dell’amore, con le famose formazioni di forma fallica (anche se inizio a essere un po’ stufa di formazioni rocciose…).

Caratteristico cibo turco: i ‘manti’, pasta fresca a metà tra gnocco e raviolo
Il testi (o pottery) kebab servito nell’anforetta di argilla rossa al ristorante Pumpkin di Goreme (Cappadocia)

Torniamo nel nostro grazioso hotel e, oh come ci manca la piscina anche oggi pomeriggio! Non fate come noi: spendete un po’ di più perchè un tuffo rinfrescante dopo le escursioni in Cappadocia è meritatissimo! Per cena abbiamo prenotato nel miglior ristorante del nostro viaggio (consigliato dai ragazzi dell’hotel): Pumpkin, leggermente fuori dalla via principale di Goreme, dove abbiamo avuto modo di assaggiare il pottery (o testi) kebab, carne di agnello cotta lentamente nell’anforetta di argilla che viene scenograficamente portato a tavola sul fuoco e, una volta raffreddatasi, l’anforetta viene rotta dallo chef direttamente a tavola e il contenuto versato sul piatto (con accompagnamento: pomodori e bulgur. Ottima (mi ricorda la callaredda di Laterza). Prendiamo anche il dessert (il mio a base di zucca) e il conto, in un locale curato con menu buono e abbondante, è di 90€ in totale (ben spesi). Un ultimo giro in centro e a dormire prima di spostarci dalla Cappadocia.